Il sogno della perfezione che degenera in incubo
Salvate le nostre ragazze dal mito della ragazza
perfetta. Salvatele dalla scuola dove sono sempre al primo posto, salvatele
dall’ufficio dove sono sempre in prima fila, salvatele dallo sport dove sono
sempre meno distanti dai record dei maschi. Il mito della ragazza perfetta sta
rovinando la nostra meglio gioventù: al femminile. Da New York a Roma, da
Parigi a Palermo è la stessa identica foto che si ripete. Ma non fidatevi dei
sorrisi smaglianti solo all’apparenza: sotto, nascondono lacrime di struggente
depressione. Sì, a prima vista sembrerebbe davvero il ritratto del successo.
Negli Usa le ragazze vanno così bene a scuola che la rivista Atlantic ha
lanciato l’allarme all’incontrario: «Il gap tra i sessi nelle conquiste
accademiche ormai è realtà: e rischia di minacciare milioni di ragazzi
americani».
Esagerato? Non
temete: è una preoccupazione corretta anche sessualmente, firmata cioè da una
signora, Christina Hoff Sommers, esperta dell’American Enterprise Institute.
MICHELA MARZANO
Come
si fa a non voler essere perfette in un mondo in cui, fin da piccole,
ci si è sentito ripetere che la perfezione era l’unico modo per
dare un senso alla propria esistenza? Come ci si può distaccare dallo
sguardo altrui e ascoltarsi – ascoltare quello che si
desidera, quello che si vuole, quello che si sogna – quando si è
imparato solo l’impegno e il sacrificio? Come si fa a capire che la vita,
talvolta, può essere altro, meno faticosa, meno impegnativa, meno pesante? È
semplice. Non si fa. Non si può. Non lo si pensa nemmeno. Perché l’unica cosa
che si è imparato a fare, è andare avanti sempre e comunque, indipendentemente da
tutto. E allora poco importa se si è stanche o tristi, poco
importa se pian piano la vita diventa grigia, talvolta quasi insopportabile. Si
serrano i denti e si va avanti lo stesso. Ci sono i compiti da finire, gli
esami da preparare, i concorsi da vincere, le aziende da dirigere. Ci sono le
aspettative degli altri e della società. Lo sguardo dei genitori. La speranza delle
maestre e dei professori. Tutte le battaglie fatte nel passato dalle donne
per permettere alle nuove generazioni di mostrare che anche una
donna ce la può fare, anzi, se vuole, ce la fa meglio di molti uomini.
l meccanismo all’interno del quale si trovano oggi tante ragazze è
infernale. Hanno imparato a memoria la lezione del volontarismo e del controllo
che si sentono ripetere fin da piccole. Hanno capito perfettamente come
comportarsi per sentirsi dire che sono “brave”. Credono che “basta volere per
potere”. Basta imporsi una disciplina rigida per raggiungere tutti
gli obiettivi che ci si prefigge. Basta credere in se stesse e gestire le
proprie emozioni per ottenere successo e credibilità. E col tempo diventano
bravissime a corrispondere alle aspettative altrui. Talvolta anche a
prevenirle. La famosa sindrome della “prima della classe”. Anche se poi sono
proprio le “più brave” a pagare a caro prezzo quel successo per cui si sono
tanto sacrificate.
Ottengono tutto. Hanno assolutamente tutto. Tutto tranne la gioia. Che può sembrare una cosa banale e di nessun
valore.
Solo che, quando si ha tutto
tranne la gioia di vivere, questo magnifico tutto non
ha più alcun valore.
Dietro il
successo, come diceva il filosofo francese Georges Canguilhem, si nasconde
quasi sempre un fallimento esistenziale.
Tutto quello che si sarebbe voluto fare e che non si è fatto perché
non c’era tempo, perché qualcuno stava aspettando qualcosa, perché il senso del
dovere lo impediva. Ecco perché, a forza di dover
essere, talvolta è proprio l’essere che soccombe. Ci si adatta per
diventare esattamente come gli altri desiderano, e poi si scopre di non saper
nemmeno più che cosa si vuole. Ci si prepara a raccogliere i frutti del proprio
impegno, e invece si frana
sotto il peso della disperazione.
È il dramma del “riconoscimento”. Quel riconoscimento di cui parla
un altro filosofo, il tedesco Axel Honneth, che dovrebbe permettere ad ogni
persona, proprio in quanto persona, di essere accettata per quello che è,
indipendentemente da quello che fa.
Un riconoscimento, però, che tante giovani donne pensano di dover meritare solo in base
agli sforzi fatti. Il problema di tante ragazze è proprio questo: sono
vittime di una cultura dell’eccellenza che le ha spinte a credere che il
proprio valore dipendesse
da quel “brava” che si sono sentite ripetere da bambine. Fino a costruirsi l’ideale di un
io rigido e intransigente che le spinge, anche da adulte, ad accettarsi solo se
“perfette”. Quando, da piccoli, non si è stati riconosciuti per
quello che si era, con le proprie fragilità
e propri difetti, e ci si è convinti che il proprio valore lo si dovesse meritare, come ci si può poi
accettare da soli? Certo, anche l’impegno, i
risultati scolastici, il lavoro — e più generalmente quello che si chiama “merito” — sono importanti.
Se non si fanno sforzi, non si ottiene niente. È il famoso “principio
di realtà” di Freud. Molto spesso, quando ci si sacrifica, lo si fa per portare
avanti il proprio progetto di vita. Non sarà mai il successo, però, che potrà
dare un senso all’esistenza. Anzi. Finché le ragazze dipenderanno da quel “brava”
che le rassicura sul proprio valore, non potranno mai rendersi conto che la
vita è altro. Talvolta lasciar perdere; talaltra perdere qualcosa. E smetterla
una volta per tutte di voler essere sempre perfette. Tanto la perfezione non
esiste. E poi non ne vale la pena. La disperazione che si cela dietro tante
riuscite non ne vale mai la pena.

Nessun commento:
Posta un commento