lunedì 21 gennaio 2013

La ragazza (troppo) perfetta



Il sogno della perfezione che degenera in incubo




Salvate le nostre ragazze dal mito della ragazza perfetta. Salvatele dalla scuola dove sono sempre al primo posto, salvatele dall’ufficio dove sono sempre in prima fila, salvatele dallo sport dove sono sempre meno distanti dai record dei maschi. Il mito della ragazza perfetta sta rovinando la nostra meglio gioventù: al femminile. Da New York a Roma, da Parigi a Palermo è la stessa identica foto che si ripete. Ma non fidatevi dei sorrisi smaglianti solo all’apparenza: sotto, nascondono lacrime di struggente depressione. Sì, a prima vista sembrerebbe davvero il ritratto del successo. Negli Usa le ragazze vanno così bene a scuola che la rivista Atlantic ha lanciato l’allarme all’incontrario: «Il gap tra i sessi nelle conquiste accademiche ormai è realtà: e rischia di minacciare milioni di ragazzi americani».

Esagerato? Non temete: è una preoccupazione corretta anche sessualmente, firmata cioè da una signora, Christina Hoff Sommers, esperta dell’American Enterprise Institute.



MICHELA MARZANO

Come si fa a non voler essere perfette in un mondo in cui, fin da piccole, ci si è sentito ripetere che la perfezione era l’unico modo per dare un senso alla propria esistenza? Come ci si può distaccare dallo sguardo altrui e ascoltarsi – ascoltare quello che si desidera, quello che si vuole, quello che si sogna – quando si è imparato solo l’impegno e il sacrificio? Come si fa a capire che la vita, talvolta, può essere altro, meno faticosa, meno impegnativa, meno pesante? È semplice. Non si fa. Non si può. Non lo si pensa nemmeno. Perché l’unica cosa che si è imparato a fare, è andare avanti sempre e comunque, indipendentemente da tutto. E allora poco importa se si è stanche o tristi, poco importa se pian piano la vita diventa grigia, talvolta quasi insopportabile. Si serrano i denti e si va avanti lo stesso. Ci sono i compiti da finire, gli esami da preparare, i concorsi da vincere, le aziende da dirigere. Ci sono le aspettative degli altri e della società. Lo sguardo dei genitori. La speranza delle maestre e dei professori. Tutte le battaglie fatte nel passato dalle donne per permettere alle nuove generazioni di mostrare che anche una
donna ce la può fare, anzi, se vuole, ce la fa meglio di molti uomini.

l meccanismo all’interno del quale si trovano oggi tante ragazze è infernale. Hanno imparato a memoria la lezione del volontarismo e del controllo che si sentono ripetere fin da piccole. Hanno capito perfettamente come comportarsi per sentirsi dire che sono “brave”. Credono che “basta volere per

potere”. Basta imporsi una disciplina rigida per raggiungere tutti gli obiettivi che ci si prefigge. Basta credere in se stesse e gestire le proprie emozioni per ottenere successo e credibilità. E col tempo diventano bravissime a corrispondere alle aspettative altrui. Talvolta anche a prevenirle. La famosa sindrome della “prima della classe”. Anche se poi sono proprio le “più brave” a pagare a caro prezzo quel successo per cui si sono tanto sacrificate.

Ottengono tutto. Hanno assolutamente tutto. Tutto tranne la gioia. Che può sembrare una cosa banale e di nessun valore.
 

Solo che, quando si ha tutto tranne la gioia di vivere, questo magnifico tutto non ha più alcun valore.

Dietro il successo, come diceva il filosofo francese Georges Canguilhem, si nasconde quasi sempre un fallimento esistenziale.

Tutto quello che si sarebbe voluto fare e che non si è fatto perché non c’era tempo, perché qualcuno stava aspettando qualcosa, perché il senso del dovere lo impediva. Ecco perché, a forza di dover essere, talvolta è proprio l’essere che soccombe. Ci si adatta per diventare esattamente come gli altri desiderano, e poi si scopre di non saper nemmeno più che cosa si vuole. Ci si prepara a raccogliere i frutti del proprio impegno, e invece si frana

sotto il peso della disperazione.

È il dramma del “riconoscimento”. Quel riconoscimento di cui parla un altro filosofo, il tedesco Axel Honneth, che dovrebbe permettere ad ogni persona, proprio in quanto persona, di essere accettata per quello che è, indipendentemente da quello che fa. Un riconoscimento, però, che tante giovani donne pensano di dover meritare solo in base agli sforzi fatti. Il problema di tante ragazze è proprio questo: sono vittime di una cultura dell’eccellenza che le ha spinte a credere che il proprio valore dipendesse

da quel “brava” che si sono sentite ripetere da bambine. Fino a costruirsi l’ideale di un io rigido e intransigente che le spinge, anche da adulte, ad accettarsi solo se “perfette”. Quando, da piccoli, non si è stati riconosciuti per quello che si era, con le proprie fragilità e propri difetti, e ci si è convinti che il proprio valore lo si dovesse meritare, come ci si può poi accettare da soli? Certo, anche l’impegno, i risultati scolastici, il lavoro — e più generalmente quello che si chiama “merito” — sono importanti.

Se non si fanno sforzi, non si ottiene niente. È il famoso “principio di realtà” di Freud. Molto spesso, quando ci si sacrifica, lo si fa per portare avanti il proprio progetto di vita. Non sarà mai il successo, però, che potrà dare un senso all’esistenza. Anzi. Finché le ragazze dipenderanno da quel “brava” che le rassicura sul proprio valore, non potranno mai rendersi conto che la vita è altro. Talvolta lasciar perdere; talaltra perdere qualcosa. E smetterla una volta per tutte di voler essere sempre perfette. Tanto la perfezione non esiste. E poi non ne vale la pena. La disperazione che si cela dietro tante riuscite non ne vale mai la pena.

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